Skip to main content

Festival di Cannes: la location tra architettura, cinema e società, progettata da Francesco Berarducci

Niente Festival quest’anno. Nessuno escluso, quindi anche il Festival di Cannes, dove il cinema italiano ha peraltro spesso anche fatto bella figura risultando alcune volte (non tantissime) pure vincitore. Così, in questo clima di retrospettive da soggiorno obbligato, mentre in tv vanno repliche di repliche di serie ormai mandate a memoria, vi proponiamo, proprio in omaggio al cinema italiano sulla Croisette, la lettura di un articolo dell’aprile 2012 di Casa Vogue. Che c’entra Cannes è presto detto: al centro del servizio è la particolare location in cui Elio Petri ambientò la vicenda di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” con cui giusto nel 1970, 50 anni fa, sbancò il festival (per poi replicare agli Oscar). Un film duro, inquietante, paradossale: ci si aspetterebbe una scenografia cupamente conseguente. E invece, a fare da controcanto al clima kafkiano e oscuro del film è il vasto, luminoso, razionale appartamento ideato dall’architetto Francesco Berarducci sul finire degli anni Sessanta. L’articolo parla di quell’appartamento, del palazzo e della zona in cui venne edificato, ma anche di Roma, di architettura e spettacolo, cinema e società, rievocando così uno dei grandi, forse irripetibili, momenti della cultura italiana. E il film, nonostante gli anni passati, ancora ha intatta la sua carica: un gesto d’accusa che merita di essere (ri)visto e (ri)meditato.
(Paolo Lavezzari)

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

Mario Tursi

Hanno fatto epoca, nella storia del cinema e del costume, le ultime sequenze di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, film che nel 1970 valse al regista Elio Petri il premio speciale della giuria al Festival di Cannes e, l’anno seguente, l’Oscar per la migliore opera straniera. Nel kafkiano finale, Gian Maria Volonté, capo della squadra omicidi e assassino reo-confesso dell’amante, accoglie nel soggiorno di casa i grigi superiori, che gli negano un processo per mantenere intatto il potere della polizia negli anni delle lotte di piazza. La vasta sala è il limpido confessionale dove l’assassino, per tutto il film, racconta al registratore il suo delitto; vittima è Augusta Terzi (interpretata da Florinda Bolkan), una borghese altolocata, disposta a rispondere alle perverse istanze del poliziotto. 

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

Mario Tursi

Con un immaginario movimento di cinepresa, allarghiamo l’inquadratura sul soggiorno: vuoto, pulito, luminoso, impeccabile, è uno dei tre luoghi (tra loro antitetici) in cui lo scenografo Carlo Egidi ambienta e fa ruotare l’intera vicenda; gli altri sono l’alcova “hippie capitolino” di Augusta e la questura, dove giganteggiano fotografie di impronte digitali. In un’opera volutamente ridondante di simbologie, l’abitazione del poliziotto è tanto più funzionale al film in quanto espressione della trasparenza, del senso di ordine e di dovere del personaggio, contrastante con il suo lato oscuro, che si sfoga nella caotica, capricciosa alcova dell’amante. 

Interni

Mario Tursi

Volonté e la troupe furono i primi inquilini del moderno appartamento che si trova in una delle due palazzine, allora appena ultimate, progettate dall’architetto Francesco Berarducci (1924-1992) in via dei Colli della Farnesina, a Roma. Abitazione dove, in seguito, il suo ideatore visse una vita intera. Qui è cresciuto il figlio Carlo, architetto a sua volta, che nell’edificio avito ha casa e studio, circondati dal verde. «L’intera area», ricorda, «era in origine della Titanus, che vi girava western e film di Totò. Il lotto fu poi acquistato dall’ingegner Pierangeli, committente più che mai illuminato, che lasciò a mio padre carta bianca per realizzare un progetto con materiali e finiture allora all’avanguardia». 

Via dei Colli della Farnesina

Mario Tursi

Francesco Berarducci apparteneva a quella generazione di professionisti operanti nel dopoguerra per i quali l’architettura doveva partecipare all’impegno civile per una nuova società. «All’influenza nordica, sotto la quale mio padre si era formato negli anni Cinquanta, si aggiunge, alla fine dei Sessanta, la rivelazione del brutalismo lecorbusiano e delle avanguardie artistiche che indagavano sui possibili rapporti tra “caso” e opera d’arte e quindi sul concetto di “opera aperta”, di cui si discuteva in fronte e sul retro e aperte sul verde, luce alla quale Volonté non saprà nascondere la propria vera natura; quasi ad azzardare che la trasparenza che attraversa il soggiorno (zona di vita sociale, anche nella scena finale) corrisponda a una necessità (fallita, nel film) di coincidenza fra carica pubblica e vita privata del protagonista. 

Interno

Mario Tursi

«Uno spunto interessante e una bella interpretazione», risponde Carlo Berarducci, architetto come il padre Francesco. «Lo spazio, effettivamente, obbliga alla trasparenza, alla condivisione: nulla è celato, è difficile nascondersi, né esistono disimpegni. Il soggiorno, poi, è al contempo spazio di connessione tra gli ambienti privati, che, al contrario, sono relativamente piccoli e raccolti. Ancora, nessuna camera ha una sola porta, sono tutte comunicanti, divise solo da pannellature scorrevoli o porte a soffietto». C’è, viene da dire, una visione ottimistica dell’abitare. «Mio padre la mutuò dalla cultura urbana nordeuropea e dall’architettura scandinava del dopoguerra. Una prospettiva che si riflette sia nell’organizzazione spaziale dell’appartamento, che presuppone rapporti familiari sereni, sia nel rifiuto di chiuderlo rispetto a un esterno ostile». 

Esterno

Mario Tursi

Il rapporto con il cinema non fu sporadico per Francesco Berarducci, e diversi protagonisti della cultura italiana passarono o abitarono in quell’edificio: i registi Salvatore Samperi e Luigi Zampa, l’ingegnere Sergio Musmeci. «Samperi ha vissuto al primo piano per molti anni. Zampa, invece, del quale eravamo già vicini, si trasferì insieme a noi e prese casa nella seconda palazzina del lotto ex Titanus. Il pittore Luigi Boille e Sergio Musmeci erano alcuni dei nostri migliori amici e frequentatori abituali di casa. Musmeci abitava sempre in via dei Colli della Farnesina, in un attico da cui si vedeva tutta Roma; vi teneva un grande modello del suo progetto a campata unica per il ponte sullo stretto di Messina e dava memorabili cene di capodanno, con fuochi d’artificio e orchestra, nella quale piatti e sassofono erano suonati dai figli. 

Boille, invece, aveva preso una casa sui tetti di via Panisperna; quando c’era maltempo, passava la serata da noi, preoccupato che il tetto di una delle sopraelevazioni del suo appartamento volasse via. Zampa narrava a ripetizione aneddoti di Alberto Sordi sul set. Ricordo poi il racconto che Samperi ci fece a proposito di Paolo Villaggio, il quale, ospite a casa sua, aveva passato la sera giocando con la poltrona Sacco di Zanotta, cult di quegli anni, inventando così la famosa scena di Fracchia che lentamente sprofonda al cospetto del megadirettore galattico». 

Interno

Mario Tursi

La scelta di ambientare un film così di rottura in un’architettura contemporanea ha anch’essa una valenza simbolica: «In questi spazi è annullata la concezione della casa borghese di matrice ottocentesca, fatta di corridoi e di stanze chiuse e non comunicanti, buie e piene di mobili e oggetti, chiusa verso l’esterno». Ma uno spazio abitativo può incidere tanto su chi vi abita da spingerlo, come nel film, a un gesto liberatorio come confessare una colpa? «Non credo sia il senso di colpa a spingere il capo della Omicidi ad autodenunciarsi. È piuttosto il delirio di onnipotenza che lo porta a credersi al di sopra della legge e a sfidarla, offrendosi nudo nella propria colpevolezza. In tal senso, è coerente con lo spazio in cui vive, aperto e trasparente, in qualche modo anche megalomane nella sua ampiezza, senza limiti, per la totale assenza di filtri e separazioni con l’esterno. I sensi di colpa forse nascono nell’oscurità di spazi stretti, nascosti, separati dal mondo. Lì probabilmente sarebbe riuscito a nascondere se stesso».



from Articles https://ift.tt/2yB8mJM

Comments