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Pacchetti, da involucri preziosi a opere d'arte

Molto del fascino che possiedono è subliminale. E inconsci, irrazionali e incontrollabili sono i desideri che i prodotti di lusso risvegliano in noi, invariabilmente attratti e conquistati dall’aura degli involucri che strategicamente li ricoprono, li preservano e li celano ad arte. Packaging tanto preziosi e sofisticati, studiati e straordinari da prevaricare l’entità e qualità del contenuto. Il modello o l’accessorio di moda, il profumo o il make-up firmato, l’oggetto a tiratura limitata o il pezzo esclusivo di design che, corredato di scatola o blister concepito e costruito a sua perfetta misura, viene avvolto all’acquisto con strati lievi e impeccabili di velina, impacchettato e infiocchettato con carte e nastri griffati, e posto infine all’interno di shopping bag che inevitabilmente emblematizzano, dal logo ai colori, lo stile dei nostri brand d’affezione e quello delle loro boutique o dei loro flagship store. E, come pubblicità da passeggio, hanno il compito di amplificare e divulgare concetti diversi e connotati di unicità, contribuendo a trasformare il marchio in un inestimabile valore aggiunto. Un’icona che inconfondibilmente segnala e decreta l’appartenenza ai domini del lusso, dello straordinario e del proibitivo dei nostri acquisti. Rendendo il packaging uno degli strumenti che più efficacemente hanno imposto e alimentato nel tempo il mito delle firme, delle iniziali, dei monogrammi o dei simboli. Visuali immediate associazioni alla storia e allo stile di maison di moda diverse, che hanno il potere di condizionare e determinare le nostre scelte, di pregiudicare la nostra obiettività e capacità di giudizio, di siglare e sottoscrivere infine il plusvalore dei nostri acquisti.

“Wrapped Sunny Landscape II”, 1999, un’opera dell’artista di origine finlandese Yrjö Edelmann, conosciuto per i suo dipinti realistici di pacchetti, carte spiegazzate e involucri.
“Wrapped Sunny Landscape II”, 1999, un’opera dell’artista di origine finlandese Yrjö Edelmann, conosciuto per i suo dipinti realistici di pacchetti, carte spiegazzate e involucri.
COURTESY OF GALLERI GKM MALMÖ. 

All’origine di un linguaggio che articola i pesi e le consistenze, le tinte e le texture di carte e plastiche diverse, i corpi di stampa e i design esclusivi delle griffe, le svariate forme e dimensioni di scatole, blister e bottiglie, buste e borse finemente decorate che vestono e agghindano i prodotti. Un modo di comunicare che, evolutosi a dismisura, al passo con la popolarità crescente della moda, l’avvento negli anni Novanta dei mega store monomarca, il culto dei brand, dei prodotti griffati e dello shopping, non ha mancato di ispirare gli artisti e la concezione contemporanea dell’opera.

Quella della ginevrina Sylvie Fleury innanzitutto, che la sua personale passione per griffe e glamour, iconici accessori di moda, make-up firmati o mitiche testate di glossy magazine converte in dipinti, sculture e installazioni. È proprio a partire dalle shopping bag, con allegato acquisto, incartato e segreto, al loro interno, che l’artista raccoglie insieme in angoli di musei o gallerie e trasforma negli elementi eterogenei di una femminilissima articolazione modulare d’impronta concettuale, facendo dei suoi esordi una delle più promettenti novità dei primi anni Novanta.

(Continua)

In apertura: Jeff Koons, “Sacred Heart”.

Leggete l'articolo integrale sul numero di luglio/agosto di Vogue Italia, in edicola dal 23 luglio



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