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Carla Fracci: storia della sua vita e della sua luminosa carriera

La si pensava immortale Carla Fracci, con i suoi 84 anni portati con grazia e luminosità. Per i tanti che nel mondo chiuso del balletto, a vario titolo, le erano intorno appariva più attiva che mai negli ultimi tempi, generosa della sua arte com’era sempre stata. Alla fiction Rai sulla sua formazione che il prossimo autunno farà il boom di ascolti anche se sembra impossibile per qualsiasi attrice e ballerina poterla impersonare, aveva preso parte controllando le riprese e dando consigli. Nel Teatro dove era cresciuta era tornata, chiamata dal neodirettore Manuel Legris, per tenere masterclass sul “suo” balletto, Giselle. Non si era risparmiata, come ci aveva raccontato la Prima ballerina Nicoletta Manni: oltre al lavoro in sala ballo, aveva seguito tutte le prove in teatro e in palcoscenico. Un insegnamento percepibile nell’interpretazione di svolta dei protagonisti, una dedizione ripagata dall’invito quale ospite d’onore della trasmissione del balletto in streaming, oltre alla sua partecipazione nelle seguitissime puntate di Corpo di ballo, su RaiPaly e Rai5. Il ritorno alla Scala quale insegnante festeggiatissima dal corpo di ballo le aveva dato grande felicità, ripagandola in parte di un’ingiustizia che riteneva di aver subito, quando nel 1999, alla vigilia di assumerne la direzione, la compagnia si era opposta annullandone l’incarico.

Cenerentola, 1955. Foto Erio Piccagliani
Cenerentola, 1955. Foto Erio Piccagliani

Eppure il teatro della sua città, Milano, dove era nata il 20 agosto 1936, restava il tempio di una vita artistica da divina, iniziata come lei stessa amava raccontare ad ogni incontro o intervista, soprattutto a quelle giovani generazioni che, senza averla mai vista ballare, la venerano come un idolo pop, affollati intorno a lei per un selfie speciale. Com’era commovente risentire dalle sue parole il racconto di un’infanzia modesta, nell’Italia del dopoguerra, da figlia di un tranviere, il padre amatissimo che con il suo mezzo l’accompagnava proprio davanti al teatro. E quella frase in milanese stretto, “la ghà un bel faccin” che all’audizione alla Scuola di ballo scaligera un insegnante pronunciò appena prima che scartassero quella bambina troppo gracile per i canoni di una ballerina. Entrata in compagnia nel 1954, i suoi racconti sugli esordi folgoranti sono un susseguirsi di incontri e nomi leggendari da Margot Fonteyn e George Balanchine, da Luchino Visconti a Eugenio Montale.

La carriera internazionale la chiamò presto, in un’epoca in cui solo alle “prime ballerine assolute” toccava, ospite dell’American Ballet Theatre, del Royal Ballet, dello Stuttgart Ballet. Aveva lavorato con grandi coreografi John Cranko, Maurice Béjart, Roland Petit, accanto ai partner cui era legata da affetto e stima: Rudolf Nureyev, Vladimir Vassiliev, Mikhail Baryshnikov: di tutti aveva ricordi artistiche e parole umani, di tempi felici vissuti insieme, di biasimo anche, quando occorreva.

Sul palco, nel 1964. Foto Erio Piccagliani
Sul palco, nel 1964. Foto Erio Piccagliani

Né i suoi ruoli si contano: con un lavoro incessante su di sé (gli esercizi alla sbarra eseguiti ogni giorno fino a non molti anni fa), Carla Fracci ha danzato tutti i ruoli del repertorio, eccellendo in Giselle e Giulietta, facendoli propri con quel suo lirismo tragico che ogni giovane ballerina, di qualunque parte del mondo, tiene tuttora ad esempio.
Alle ballerine di oggi sembra normale avere uno o più figli: allora non lo era affatto, era quasi proibito, avrebbe rovinato la carriera: anche in questo Carla Fracci è stata una pioniera: in tante foto è con lei il figlio Francesco, che negli ultimi giorni le è stato accanto, insieme ai nipoti.   
La ricorderemo anche per essere stata la prima étoile a portare la danza in televisione, grazie al suo talento di attrice: nel varietà colto o nello sceneggiato Giuseppe Verdi, indimenticabile Giuseppina Strepponi.

La bella addormentata, con Rudolph Nureyev, 1966. Foto Erio Piccagliani
La bella addormentata, con Rudolph Nureyev, 1966. Foto Erio Piccagliani

Nel fulcro della carriera, aveva scelto di portare spettacoli in ogni città o borgo, arena o piazza. In tanti ricorderanno una sua Giulietta sul palcoscenico di un teatro di provincia: una consuetudine che le valse anche critiche da chi non ama che l’élitarietà del balletto diventi popolarità. Lei aveva sempre difeso la sua scelta, in nome della diffusione popolarità del balletto che in Italia si deve a lei prima ancora che a Roberto Bolle.

Dietro la sua carriera artistica, tutti lo sapevano, c’era il marito pigmalione, incontrato giovanissima alla Scala: il regista Beppe Menegatti, coltissimo ed estroso, i cui racconti era un piacere ascoltare per ore, autentico alter ego della moglie étoile, tanto da poter anche sostenere un’intervista al suo posto. Fu lui a cucirle addosso spettacoli teatrali sulla storia del balletto che lanciarono un genere e crearono per lei personaggi vibranti. In scena Carla Fracci si era esibita fino a pochi anni fa, in apparizioni consone al suo status: anche questa una pratica criticata da alcuni, che lei difendeva con l’orgoglio di chi la danza l’aveva incontrata per caso.

La bella addormentata, 1967. Foto Erio Piccagliani
La bella addormentata, 1967. Foto Erio Piccagliani

Era stata anche direttrice, e che direttrice (!), al Teatro dell’Opera Roma, dove per un decennio, aveva portato programmi di pregio e cresciuto un bel corpo di ballo, difeso ferocemente quando l’aveva sentito minacciato. Peccato che solo negli ultimi mesi fosse tornata alla Scala per trasmettere la sua arte ai giovani ballerini: ne era entusiasta e contava di poter continuare a farlo nelle prossime produzioni.

Romeo e Giulietta, 1968. Foto Erio Piccagliani
Romeo e Giulietta, 1968. Foto Erio Piccagliani
Giselle con Gheorge Iancu, 1983. Foto Lelli Masotti
Giselle con Gheorge Iancu, 1983. Foto Lelli Masotti

Anche negli ultimi tempi non aveva mancato, da ospite d’onore sempre acclamata, di presenziare a concorsi di danza, manifestazioni e premi, inaugurazioni di licei coreutici. Sempre bellissima nel suo total look bianco, come a un’étoile si addice, i capelli raccolti nello chignon, le scarpette candide che spuntavano dalla gonna. Sempre pronta a parlare con tutti, a elargire un ricordo, un consiglio, una raccomandazione, una critica se necessario. Ci mancherà il suo ingresso alle prime del al Teatro alla Scala, al braccio del marito, salutata dall’applauso del pubblico e da un “brava Carla” urlato dal loggione, prima di accomodarsi in platea circondata da ammiratori di ogni età. Non aveva voluto mancare nel suo teatro neppure durante il periodo del Covid: dal palco reale assisteva alle rappresentazioni chiuse al pubblico, étoile eternamente luminosa.

Cheri, con Massimo Murru, 1996. Foto Lelli Masotti
Cheri, con Massimo Murru, 1996. Foto Lelli Masotti

In apertura: foto Brescia & Amisano



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