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L'Uomo: intervista a Robert Macfarlane, il più importante “nature writer” contemporaneo

E dopo mesi d’immobilità, di passi misurati con il centimetro e in cui gli “spostamenti” avvenivano soltanto dentro pensieri spaventati o da una piattaforma online all’altra, è l’ora di tornare ad avventurarsi, di passare al bosco o “inforestarsi”, abbandonando le strade note per riscoprire il nostro legame con qualcosa di più vasto e fisico. Sono le fughe dalla mappa conosciuta e che hanno attratto scalatori e navigatori, grandi camminatori e filosofi conquistati da un rapporto non mediato, da un affidarsi totale alla natura, come Henry David Thoreau, l’autore di Walden. È il momento di partire (uno dei nostri verbi più belli) per vivere di nuovo secondo i sensi, percepire la piccola spinta del vento, le tracce di animali, i cambiamenti nel ciclo delle stagioni o delle piante. Recuperare questa connessione – scrive il filosofo Leonardo Caffo nel suo saggio Quattro capanne (Nottetempo) – significa riscoprire la semplicità dell’esistenza, quel cortocircuito in cui non c’è separazione tra ambiente e noi: è abitare la vita dall’interno.

Non è però facile liberarsi delle sovrastrutture e dalla protezione imposta dai ruoli; abbiamo anche dimenticato il linguaggio della natura. Per ripartire dando voce e valore alle emozioni, occorre una rieducazione al contrario: dalla complessità artificiale dove non si può sbagliare e imposta dalla società, alla semplicità e all’incertezza dell’esperienza diretta. Ci vuole l’esempio di un esploratore su due livelli: chi sappia scalare una montagna e al tempo stesso inoltrarsi con le parole giuste in quel luogo interiore dove nasce il bisogno di avventura. Il capocordata ideale è l’inglese quarantatreenne Robert Macfarlane; il più importante “nature writer” contemporaneo, premiato con l’E.M. Forster Award for Literature nel 2017. Docente a Cambridge, attivista ambientale, è autore di numerosi libri che descrivono spedizioni vissute in prima persona, da Le antiche vie a Luoghi selvaggi al recente Montagne della mente (tutti pubblicati da Einaudi) e in cui indaga la ragione per cui esistano persone disposte a morire per amor di scalate, di ghiaccio, del contatto fisico con una roccia.

Photo by Simen Johan.
Photo by Simen Johan.

Che cosa impedisce oggi alla gente di scegliere la via dell’avventura?
Oggi ogni cosa è a portata di mano, ma c’è così poco che si può toccare. La tecnologia media quasi tutte le nostre esperienze: siamo sempre geo-localizzabili, sappiamo prevedere strade, luoghi, condizioni. Passiamo troppe ore in modo virtuale e dematerializzati attraverso gli schermi. È la ragione per cui le montagne esercitano ancora un’attrattiva così potente nei confronti di molti. Perché sono indomabili, si ribellano sia ai nostri tentativi di mediazione che alle profezie. Le vette conservano una natura selvaggia nel vecchio senso del termine inglese wildness: ostinata.

Pensa che dopo la pandemia vorremo riformulare il rapporto con la natura?
Sono piuttosto scettico nei confronti di ciò che ho chiamato “utopismo pandemico”. All’inizio del lockdown, le persone erano meravigliate dal fatto di sentire il frastuono e la delicatezza del canto degli uccelli attorno a loro e nei confronti dei quali erano stati sordi per colpa del rumore del traffico e per indifferenza. All’improvviso la natura aveva assunto un significato quasi religioso. Ed è stata elevata a realtà salvifica, consolatoria, filosofica, diventando persino cura omeopatica. Nel frattempo comparivano grotteschi meme misantropi. Sostenevano che «Noi siamo il virus e Corona la cura». Mi sono imbattuto per la prima volta in questo slogan inciso parola per parola su otto alberi della foresta vicino a casa. Adesso che finisce il lockdown, la popolazione è già tornata in massa in spiaggia e montagna, abbandonando dietro di loro tonnellate di spazzatura. Il traffico su ruota è in aumento, le emissioni di anidride carbonica stanno tornando ai valori massimi. Quindi no, nemmeno lo choc di un’“antropopausa” dovuta al virus, basterà a ridisegnare il nostro rapporto a livello collettivo con la natura in una relazione sostenibile.

Un vocabolario naturale più ricco potrebbe aiutare il cambiamento?
In inglese, credo anche in italiano, ci dobbiamo ormai accontentare di un linguaggio e di un lessico naturale molto limitato. Il dizionario per bambini più venduto in Gran Bretagna ha addirittura escluso molte parole di uso comune per indicare la natura di ogni giorno – ghianda, salice, lontra, martin pescatore, corvo – con la scusa che non sono più usate dai bambini o con l’irrilevanza per la loro educazione. Ma il linguaggio è la lente attraverso cui noi vediamo e descriviamo il mondo. È un prisma, uno strumento per mettere a fuoco o per rendere tutto confuso. Un cospicuo bagaglio di termini per descrivere con precisione gli elementi del mondo vivente (il tempo, gli animali, piante e morfologia dei terreni) ha una doppia funzione gratificante. È un lessico che permette di comprendere e valorizzare sia la complessità ecologica dell’ambiente che le meraviglie delle singole entità. Oltre a questo linguaggio che possa affinare la percezione di ciò che stiamo perdendo o trascuriamo, abbiamo bisogno di un lessico più evoluto rispetto all’Antropocene, capace di registrare la precarietà, la calamità potenziale e la natura ibrida di un mondo distorto e che continuiamo a riprodurre su larga scala.

(Continua)

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Leggete l'intervista integrale sul numero di ottobre dell'Uomo, in edicola



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