La speranza non può mai essere passiva. Dobbiamo andare avanti, e se dobbiamo guadagnarci il diritto a sentirci ottimisti, beh, allora abbiamo il dovere di contribuire a rendere il mondo un posto migliore.
Se questo apocalittico 2020 ha insegnato qualcosa all’industria, è che non è possibile continuare a fare come si è sempre fatto. Distruggere il pianeta, perpetuare il razzismo, far male alle persone nascoste nelle filiere produttive: esistono ancora persone nelle alte sfere aziendali o nelle design room che vogliono essere implicate in tutto ciò?
Mi auguro di no. Ma fatico ad accettare la parola ‘hope’. Quando ci penso, mi viene in mente una rosea fuga dalla realtà, e ciò mi fa rabbrividire. Quando rievoco quel vecchio cliché ‘la moda è lì per farci sognare’, mi suona vuoto; freddo; e, durante questo incubo, a mio parere, irresponsabile. L’unico modo per dare un senso a tutto ciò è usare l’immaginazione: che tipo di nuovi sogni la moda può trasformare in realtà? E, in ogni modo, i sogni di chi? La moda ha una porta aperta, spalancata, pronta per riformarsi.
La moda non deve essere solo business
La sola nota positiva per me è il modo in cui la moda crea un legame tra ciò che vediamo e ciò che immaginiamo. Non voglio pensare a una foto patinata vecchio stile, ma a un’intera gamma di diverse possibilità di ciò che possiamo considerare bello: cose che probabilmente sono state realizzate prendendosi cura delle persone e del pianeta. Dobbiamo pensare alla moda come mezzo per raccontare le storie delle persone e delle loro culture – e come l’azione dell’acquisto possa diventare un modo per dare loro maggiori occasioni. Più di tutto, dobbiamo sperare che la moda trovi il suo posto nella società non più solo come macchina fabbrica-soldi.
La pandemia da Covid-19 ha insegnato al mondo che siamo tutti umani, tutti connessi, e che dobbiamo prenderci cura l’uno dell’altro. La rivoluzione legata al movimento Black Lives Matter, a livello globale, dimostra quotidianamente la grande differenza tra antirazzisti attivi e il cosiddetto antirazzismo composto da bianchi, gerarchie e multinazionali, ancora oggi - diciamolo chiaramente - inesplorato.
Ci sono da tempo nella moda donne attiviste e stilisti che guidano il sistema e sono sul campo a praticare la sostenibilità. I ragazzini e gli adolescenti che protestano contro il riscaldamento globale hanno dimostrato che non sempre gli adulti sanno quello che fanno. Sono loro a insegnarci adesso.
Attraverso il dolore e lo sgomento di quest'anno, l’industria della moda con i suoi protagonisti deve tracciare una via da seguire: abbandonare la cattiva strada, riadattare ciò che è già presente, decolonizzando i regimi e la formazione, incoraggiando ed espandendo le possibilità di innovazione attraverso qualsiasi orizzonte. Ascoltando, contribuendo.
Praticare attivamente l’ottimismo oggi ci sembra qualcosa di complesso, quasi impossibile. Eppure la speranza riduce la disperazione rapidamente quando ci troviamo tutti insieme su queste spaventose montagne russe della paura con cui abbiamo familiarizzato. Eppure, mentre scrivo, a Beirut i membri di questa famiglia allargata che è la moda, pur avendo perso i loro studi, le collezioni, gli archivi, i negozi e addirittura le loro case, sono in giro per la città distrutta dall’esplosione del 4 agosto, ripulendo, aiutando, agendo come una comunità tutti insieme, in questo bisogno estremo di cambiamento. Ciò che dimostrano – nel bel mezzo di un problema ben più grande – è che la speranza può sempre crescere tra gli individui, anche quando ci sembra di vivere nella morsa di un assetto politico che non abbiamo modo di influenzare.
Vogue Hope: 26 immagini di speranza scelte dai 26 direttori del magazine
Vogue Italia, Emanuele Farneti
“Volevamo rappresentare la speranza come un raggio di luce che distrugge il buio. Per questo abbiamo scelto la fotografia di Massimo Vitali, un simbolo gioioso dell’estate che arriva dopo un inverno freddo, una rappresentazione dell’atteggiamento spensierato e felice che ha sempre caratterizzato il modo di vivere degli italiani, un simbolo di solidarietà e amore”.
Massimo Vitali
American Vogue, Anna Wintour
“Durante la pandemia il governatore di New York, Andrew Cuomo, è stato tutto ciò che il nostro presidente non è: diretto, onesto, rassicurante, si è fatto guidare dalla scienza e dai dati. A chi meglio di lui chiedere di parlare di speranza? Quello che il governatore ha detto in proposito mi ha resa orgogliosa di essere di New York. A volte le parole (e un logo iconico di Milton Glaser) riescono a creare l’immagine migliore”.
British Vogue, Edward Enninful
“Il protagonista del nostro ritratto, Captain Tom, rappresenta in un certo senso un concetto molto inglese di speranza: un eroe insospettabile che ha compiuto un’impresa straordinaria in un contesto del tutto ordinario. In aprile, a poche settimane dal suo 100° compleanno, questo veterano della seconda guerra mondiale ha deciso di fare 100 giri del suo giardino per raccogliere 1000 sterline per il servizio sanitario nazionale. Ma la notizia si è diffusa sui media e in pochi giorni ha raccolto 500.000 sterline, che sono diventate rapidamente 32 milioni; a questo sono seguiti la nomina a cavaliere da parte della Regina e un singolo al primo posto in classifica. Allo stesso tempo ha regalato speranza a una nazione che in quel momento ne aveva più che mai bisogno”.
Alasdair McLellan
Vogue Arabia, Manuel Arnaut
“L’opera meravigliosa dell’artista degli Emirati Arabi Sumayyah Al Suwaidi, A Fishing Hope, include uno dei simboli più duraturi della regione del Golfo: la tradizionale barca di legno, la abra. In quest’opera surrealista la abra diventa la nave della speranza. «Quando vai a pescare, speri di prendere qualcosa e ti prepari per farlo. Se il pescatore non è preparato, non prenderà mai niente. Nella vita è lo stesso», spiega l’artista. «Una persona deve essere preparata a fare ciò che serve per riuscire, e lasciare il resto all’universo». Trovo che quest’opera dell’artista di Abu Dhabi sia affascinante e illuminante; rappresenta perfettamente la modernità del Golfo, rispettandone le tradizioni”.
Sumayyah Al Suwaidi
Vogue Australia, Edwina McCann
“Betty Muffler non è soltanto un’artista incredibile, è anche una Ngangkari, una guaritrice tradizionale degli indigeni australiani, con il potente dono di curare gli altri attraverso lo spirito e il tocco. Proviene dall’Iwantja Arts, nella remota comunità Indulkana nel nord-est del South Australia, circa 400 km a sud di Alice Springs. Dopo la devastante stagione di incendi della scorsa estate, la pandemia di COVID-19 e il movimento Black Lives Matter, ho voluto scegliere un’immagine tipicamente australiana, che rappresenta la speranza, la possibilità di guarigione e la solidarietà per tutti noi. Le capacità guaritrici e l’energia positiva di Betty sono incastonate in quest’opera grazie al pigmento rosso ocra, preso direttamente dalla sua Terra, e ai versi di canzoni che assomigliano al pizzo, che rappresentano il movimento del suo spirito che vola nel cielo”.
Betty Muffler
Vogue Brasile, Paula Merlo
“L’artista Samuel de Saboia e il fotografo Rafael Pavarotti (che ha fotografato de Saboia) sono due delle menti creative della nuova generazione brasiliana; rappresentano la forza e l’eccellenza della cultura nera nel nostro paese. In quest’opera l’uccello è il simbolo di tutte le specie a rischio estinzione o che vivono in cattività, ma che comunque cantano insieme come segno di speranza e unità. I colori vibrano della capacità di incorporare le emozioni e il sogno di libertà”.
Rafael Pavarotti
Vogue Cina, Angelica Cheung
“L’artista Wang Yong ha guardato all’antica storia della Cina per trovare ispirazione sul tema della speranza, con un lavoro intitolato Circle. In particolare, Wang ha cercato ispirazione nella dinastia Han, un’era in cui circa 2000 anni fa l’arte e l’architettura prosperarono. Gli edifici avevano tradizionalmente gronde arrotondate, con disegni e testi scolpiti che inviavano auguri e speranza per il futuro.
“Wang ha fatto riferimento a una piastrella di quel periodo su cui sono incisi 12 caratteri che rappresentano un messaggio di pace e benessere per le persone in tutto il mondo. Il cerchio rappresenta il numero zero, e riflette il desiderio dell’artista che i numeri dell’infezione da COVID -19 raggiungano quell’obiettivo nel prossimo futuro. Il cerchio rappresenta anche completezza e perfezione.
“L’artista ha preso il progetto molto seriamente e ha svolto una ricerca approfondita nella storia cinese per trovare l’ispirazione adatta. Chiunque legga i caratteri cinesi capirà che l’artista sta affrontando un tema cupo, ma allo stesso tempo sta trasmettendo un messaggio di positività alle persone, perché guardino avanti con speranza.
“In questo periodo difficile tutti possiamo comprendere questo messaggio. Wang lavora con molti mezzi e tecniche, ma per questo lavoro si è concentrato sulle basi e ha utilizzato inchiostro su carta con un tocco di rosso, un colore che di per sé nella cultura cinese è simbolo di felicità”.
Wang Yong
Vogue Repubblica Ceca e Slovacchia, Andrea Běhounková
“Il 2020 ci ha fatto, in molti modi, aprire gli occhi e riflettere. Ma meditare in silenzio non è sufficiente. La nostra unica speranza è metterci in gioco e agire, far sentire la nostra voce e difendere fermamente ciò che crediamo sia fondamentale. Il pino solitario è rimasto nella sua posizione per 350 anni. Ha superato momenti duri e tempeste, sia letterali che politici, calamità portate sia dall’uomo che dal coleottero. È il momento di ascoltare la natura e imparare da lei”.
Michal Pudelka
Vogue Corea, Kwangho Shin
“Che cosa rende l’era post-corona più umana? Niente di meglio che le relazioni umane. In questo senso è nata la Deokbune Challenge, tradotto ‘Grazie Challenge’. Personaggi famosi e cittadini comuni continuano a postare questo messaggio nella lingua dei segni sulle loro piattaforme social, per ringraziare e rendere omaggio alle persone che stanno contribuendo alla lotta contro il virus. Quest’immagine è diventata un’icona a livello nazionale quando sono stati prodotti spille e adesivi. Qui, alcuni volti del mondo della moda coreana (Hyun Ji Shin, Sohyun Jung, Heejung Park, Yoon Young Bae) trasmettono speranza con la posa Deokbune”.
Hyea W. Kang
Vogue Germania, Christiane Arp
“Ai miei occhi, la professoressa e dottoressa Marylyn Addo rappresenta la speranza che prima o poi ci sarà di nuovo una “normalità”, una nuova normalità, in cui niente sarà più come prima. È una delle principali infettivologhe e virologhe al mondo ed è certa che presto ci sarà un vaccino contro il COVID-19. Il suo ottimismo e la fiducia nel lavoro di squadra scientifico a livello globale, senza frontiere, rafforza la mia speranza in un mondo in cui non esistono frontiere nelle nostre menti e nei nostri cuori”.
Kathrin Spirk
Vogue Grecia, Thaleia Karafyllidou
“Questa foto ricorda a tutte le persone del mio team le estati dell’infanzia: un periodo in cui eravamo spensierati, felici, tutt’uno con la natura, in cui ci godevamo la vita al massimo. In questa immagine ci sono due giovani gioiosi, che si abbracciano tuffandosi nel mare e nella luce. La luce di cui tutti abbiamo bisogno nella vita. La luce che ci dà speranza. Speranza in un giorno migliore!”.
Dionisis Andrianopoulos
Vogue Hong Kong, Kat Yeung
“Per tutte le persone di Vogue Hong Kong, l’alba rappresenta la speranza nell’inizio di un nuovo giorno. Immortalata splendidamente e in modo poetico dal fotografo Michael Wolf, l’alba rappresenta il fatto che non importa chi sei, e dove sei: viviamo tutti ‘sotto lo stesso grande cielo’”.
“Nella nostra ricerca sulla speranza abbiamo trovato l’umanità che abbiamo in comune, e un filo che unisce la generazione che erediterà il mondo da noi. L’immagine è semplice: due occhi guardano attraverso un sari trasparente realizzato a mano, disegnato da uno dei nostri stilisti di punta e confezionato dai nostri artigiani, immortalato da uno dei fotografi emergenti del paese, rappresentando così il passato, il presente e il futuro dell’India”.
Hashim Badani
Vogue Giappone, Mitsuko Watanabe
“In Giappone, il Monte Fuji è stato fin dall’antichità il solo e unico centro di adorazione della natura, e continua a essere un simbolo per i desideri e le speranze delle persone. La sua presenza non è soltanto splendida, ma ispira anche un senso di meraviglia di fronte alla natura. Esamina la relazione tra natura ed esseri umani. Il Monte Fuji, immortalato dalla casa di Daidō Moriyama, uno dei più importanti fotografi giapponesi, sorveglia silenziosamente la città e i suoi abitanti al tramonto. La presenza sacra del Monte Fuji è come un fascio di speranza nel buio della notte”.
Daidō Moriyama
Vogue Messico e America Latina, Karla Martínez
“Negli ultimi due mesi il nostro team ha lavorato da casa. La crisi in Messico e in America Latina continua a crescere. Con un tale livello di incertezza in tutto il mondo e nella nostra regione, l’idea che a settembre le cose andranno meglio è difficile da immaginare, ma se c’è una cosa che si può dire dei latinoamericani è che siamo sempre ottimisti.
“L’idea della speranza, esperanza in spagnolo, ci viene insegnata fin da piccoli in America Latina. In molti paesi latinoamericani abbiamo superato guerre civili, guerre della droga, governi corrotti, violenza domestica, e questa crisi ha aggiunto un altro strato di incertezza. Come per tutte le crisi, crediamo nel potere della comunità e nel lavorare insieme per creare uno spazio migliore per le persone che amiamo.
“In questo momento più che mai crediamo nel potere della comunità e dell’aiutarsi a vicenda. Abbiamo lavorato con il fotografo latinoamericano Stefan Ruiz, che ha condiviso l’immagine di un pescatore in un villaggio di Pátzcuaro, Messico, durante la pesca. Qui hanno una tecnica speciale e i pescatori escono sempre insieme. Come latinoamericani, ci riuniamo e lavoriamo per costruire un futuro migliore e ricco di speranza per la prossima generazione. In questo modo supereremo i tanti ostacoli che incontreremo”.
Stefan Ruiz
Vogue Paesi Bassi, Rinke Tjepkema
“Sacrificare temporaneamente i propri bisogni per aiutare e proteggere le persone più vulnerabili è stato fondamentale durante il lockdown, con le norme sul distanziamento sociale. Nei Paesi Bassi, Dunja van der Heijden ha messo in quarantena suo nonno Fred per due settimane quando, a 94 anni, è risultato positivo al COVID-19. Era accanto al suo letto quando è morto, una fine simbiotica della loro relazione. Dunja è stata fotografata mentre indossava il maglione da pescatore preferito di suo nonno.”
Kevin Osepa
Vogue Paris, Emmanuelle Alt
“In questi tempi difficili, sono felice e onorata di far parte di questa iniziativa incredibile, che riunisce le 26 edizioni internazionali di Vogue in un’unica voce forte. A Vogue Parigi abbiamo deciso di sostenere più che mai i giovani, la diversità, l’inclusività e la consapevolezza, che per noi oggi rappresentano il simbolo della speranza”.
Inez and Vinoodh
Vogue Polonia, Filip Niedenthal
“In questo momento la Polonia è in subbuglio. La mia speranza per il nostro paese, e per l’intero pianeta, è riposta nei giovani, nei ragazzi meravigliosi che incontro e che vogliono dimostrare di sapere bene, e più di noi, cosa è meglio per tutti. Sono colpito dalla loro maturità e dal loro ottimismo, dai tratti così naturali che a volte trovo manchino nelle generazioni più vecchie: l’apertura, la responsabilità, l’empatia. Vogue Polonia ha scelto questo gruppo di studenti in particolare per i loro background diversi e l’interesse comune: rendere il mondo un posto migliore. Sono certo che lo sarà, grazie a loro.”
Marcin Kempski
Vogue Portogallo, Sofia Lucas
“Aiutarsi a vicenda. Sostenersi gli uni gli altri. Essere la versione migliore di sé stessi. Sapere che nonostante tutto cercheremo sempre di elevare tutte le persone attorno a noi, e non di schiacciarle giù. La speranza è sapere che c’è una mano che ti può aiutare dietro l’angolo, non importa quanto le cose stiano andando male. Questa è la speranza. Ed è per questo motivo che l’allegoria di cucchiai a cui abbiamo ispirato la nostra immagine rappresenta perfettamente questo tema. Ma soprattutto, rappresenta perfettamente il periodo che stiamo attraversando. In un momento in cui l’amore si trasforma in odio in un attimo, possiamo solo sperare che le persone si sostengano e si aiutino.”
Branislav Šimončík
Vogue Russia, Masha Fedorova
“L’autore della copertina di settembre di Vogue Russia è Erik Bulatov [l’opera si chiama Nadeshda]. È un classico della Sots-Art [Pop art sovietica] e un artista del livello di David Hockney e John Baldessari. Negli anni ‘70, nell’ultimo periodo dell’Unione sovietica, divenne famoso per i suoi lavori che combinavano la retorica dei poster sovietici e la pittura di paesaggio, e ora che vive a Parigi rimane uno degli artisti russi più conosciuti e costosi. L’ultima sfilata di Gosha Rubchinskiy si è svolta con la sua opera Freedom come sfondo. Надежда (‘speranza’ in russo) che vola tra le nuvole è per noi un simbolo universale, in cui ogni persona sulla terra può riporre le proprie aspirazioni e trovare un senso. Noi di Vogue crediamo nel potere delle parole, dell’arte e della visualizzazione, tanto quanto crediamo nello stile e nel gusto”.
Erik Bulatov
Vogue Singapore, Norman Tan
“Nello scegliere una rappresentazione visiva della speranza per Singapore, volevamo combinare passato e futuro. L’orchidea Vanda Miss Joaquim è stata nominata fiore nazionale di Singapore nel 1981. È stata scelta sia per il colore acceso sia per la sua forza e resilienza, caratteristiche fondamentali dello spirito di Singapore e di un coraggioso Vogue Singapore in questa nuova era.
“Su questa scia abbiamo dato il nome della rivista a un’orchidea, la Vanda Vogue Singapore, e abbiamo commissionato un render in 3D del fiore per dimostrare che, pur essendo orgogliosamente legati al nostro passato e alla nostra cultura, siamo concentrati sulla creazione di un nuovo futuro.
“Abbinata a un testo esclusivo dell’autrice Amanda Lee Koe, nata a Singapore e la più giovane vincitrice del Singapore Literature Prize, il nostro desiderio è che l’orchidea in 3D Vanda Vogue Singapore diventi una fonte di speranza, che ci ricordi che è necessario lottare per le cose belle, che senza battaglie non si realizzano i sogni e che insieme possiamo diventare più forti.”
Christina Worner
Vogue Spagna, Eugenia de la Torriente
“The Edge of the Sea è un’opera d’arte originale di Coco Capitán che riassume perfettamente quello che il nostro paese ha sognato negli ultimi mesi: la libertà del mare e la speranza che la tempesta passasse. Coco è un’incredibile artista spagnola che ha realizzato questa immagine spensierata quando aveva 18 anni a Mallorca. Quasi 10 anni dopo con la sua scrittura originale ha aggiornato l’immagine in un mondo nuovo, con un significato completamente diverso.”
Coco Capitán
Vogue Taiwan, Leslie Sun
“L’arte popolare rappresenta una parte importante della nostra cultura tradizionale e, anche se questo specifico rituale di divinazione probabilmente non è praticato dall’intera popolazione, tutti sperano che il proprio desiderio si realizzi. Il rituale di lanciare questi blocchetti a forma di mezzaluna è chiamato bwa bwei in taiwanese, e quando cadono uno dalla parte piatta e l’altro da quella curva, come nella foto, la risposta divina è ‘sì’.”
Zhong Lin
Vogue Thailandia, Kullawit Laosuksri (Ford)
“Aastha è la fede e l’insieme di credenze largamente praticate in Thailandia, così come la realizzazione di manufatti, come ad esempio templi o statue di Buddha. La statua del Buddha in questa fotografia [Under Construction di Aekarat Ubonsri] è probabilmente la più grande della regione. Una volta terminata la costruzione, sarà un centro di speranza per l’intera comunità.”
Aekarat Ubonsri
Vogue Turchia
(Il direttore ha lasciato l’incarico perciò questa dichiarazione è stata condivisa dal teamVogueTurchia)
“Avendo superato molti disastri naturali e fasi di depressione economica fin dal XV secolo, il Gran Bazar rappresenta la forza, la resilienza e la speranza. Da secoli è simbolo di artigianalità, tradizione, inclusività e diversità, e ci ricorda che non importa quali siano le sfide da affrontare, così come questa struttura storica, anche noi possiamo evolvere di fronte agli ostacoli e superare qualunque cosa la vita abbia in serbo per noi se abbracciamo i nostri valori più preziosi. Abbiamo realizzato questo servizio fotografico speciale dall’alto del Bazar, per mostrare i suoi meravigliosi tetti e cupole insieme al cielo blu. È lo spirito più autentico della Turchia, un luogo di speranza che unisce il passato al presente e il presente al futuro. Collega Istanbul al mondo e il mondo a Istanbul.”
Osman Özel
Vogue Ukraine, Vlasov Philipр
“Nella sua pratica creativa, l’artista (e appassionata di giardinaggio) Alevtina Kakhidze utilizza il disegno e il testo, senza ornamenti. Amiamo molto la sua semplicità imposta. Nei suoi disegni Alevtina, che è nata nell’Ucraina orientale, esplora le questioni di genere, i conflitti sociali e i temi ambientali; proprio questi sono al centro del lavoro che abbiamo commissionato, un autoritratto in un futuro in cui i tessuti sintetici saranno sostituiti dai vegetali. Il disegno, ‘Alevtina Kakhidze thanks the plants for pantyhose in 2050’ (Alevtina Kakhidze ringrazia le piante per i collant nel 2050), è toccante e ottimista, con un pizzico di ironia, prodotto in una modalità pseudo-primitiva, e proprio per questo l’artista è così convincente”.
Alevtina Kakhidze
Tutti per uno, uno per tutti
Non importa quanto insignificanti ci sentiamo, alzarci e creare legami come individui è un modo efficace per influenzare il cambiamento. È stato dimostrato in questo 2020. Quando la pandemia ha iniziato a muoversi in Europa, ho notato che i neolaureati della moda a Praga, con le loro abilità di cucito in primo piano, sono stati i primi a postare le loro foto a casa, mentre producevano mascherine da distribuire alla comunità. Era il 17 marzo. Da allora – e tuttora – i giovani designer si sono fatti avanti per garantire mascherine PPE e ovviare alla lentezza dei governi.
Ma poi, e in maniera rapida, hanno fatto lo stesso anche attori molto più importanti dell’industria. La potente istituzione della moda di lusso, intervenuta con le sue capacità produttive (ridotte, ma in funzione anche durante il lockdown) si è sostanzialmente convertita in un servizio di emergenza. I grandi brand hanno abbandonato la loro radicata competitività commerciale, aperto i loro forzieri, iniziato a salvare vite, non solo producendo mascherine PPE e gel antibatterici per gli ospedali, ma facendo donazioni per sovvenzionare le unità di terapia intensiva e la ricerca medica.
Questo sorprendente miracolo è avvenuto nel 2020 e spero – di nuovo quella parola – che non verrà mai dimenticato dalla storia, o da tutti coloro all’interno delle aziende che hanno preso quelle decisioni. Per quelli che lavoravano alla produzione – eroi generosi, dovremmo chiamarli – la loro esperienza e il rischio corso durante quei giorni bui e pieni di paura diverranno storie indelebili che racconteranno in futuro ai loro nipotini.
Nel resettare il settore, l’eredità permanente di questo tempo potrebbe essere lo spirito del “give back” – nell'acquisto fashion potrebbe essere insito un gift, un dono alla comunità, il brand restituisce qualcosa al mondo grazie al tuo acquisto fashion. Ciò sta già accadendo con i piccoli brand. Realizzare che la moda si senta profondamente parte integrante della società civile è qualcosa di unico e prezioso. Possiamo solo sperare che la riforma di quella parola controversa ‘lusso’ adesso includa automaticamente la sensazione che acquistando – un abito, un gioiello, un paio di scarpe – sappiamo anche di fare del bene.
Pronti al Reset
Il guaio prima della pandemia era ricordare qualsiasi cosa da un giorno all’altro soprattutto per chi aveva una soglia dell’attenzione bassa. A marzo, al termine delle collezioni autunno inverno 2020 di Parigi, eravamo arrivati al punto di non ricordare le infinite sfilate a cui avevamo partecipato – chi stesse facendo cosa per quale stagione, chi stesse presentando la collezione see now buy now, di quale lancio si trattasse, chi stesse vendendo direttamente ai consumatori, quale sarebbe stata la nostra prossima destinazione. Gli stilisti e i loro team erano sotto pressione, stremati. Come se tutti già sapessero che c’era qualcosa di sbagliato in questo – ecologicamente, da un punto di vista di salute mentale, senza considerare poi (cosa che nessuno ha fatto) il problema della sovrapproduzione. Poi tutto si è fermato.
Si chiama ‘Reset’. Uno dei lati positivi è vedere qualcosa che si pensava fosse così definito improvvisamente non contare più , e come l’abolizione delle regole sia in grado di dare sfogo ai nuovi talenti. Da quando le mega sfilate sono diventate quasi impossibili da organizzare, o comunque rare o in modalità ridotta, abbiamo assistito a una fase di sperimentazione selvaggia nel comunicare la moda.
Ciò che passa attraverso Internet al momento è l’intera libreria di sfilate in streaming. Le menti scattanti, libere da vecchi preconcetti, sono quelle messe in evidenza in questa epidemia creativa – soprattutto i giovani autori di film, illustrazioni, animazioni, computergrafica. Ho potuto notare come le presentazioni della Classe 2020 dei diplomati della moda – con idee fai-da-te assolutamente originali per mostrare e parlare delle loro collezioni, dalle loro camerette, giardini e garage – abbiano superato di gran lunga le presentazioni digitali realizzate dalle grandi maison.
Ciò significa che le aziende hanno bisogno di questa nuova generazione adesso. Ci sono nuovi lavori, nuovi ruoli, nuovi tipi di incarichi per diversi talenti in grado di rendere la moda interessante, divertente e significativa in modi che finora non avevamo previsto. Spingersi oltre i propri limiti lascia, perlopiù, la sensazione di essere in grado di andare più a fondo e non restare ancorati alle apparenze. Le nuove generazioni sono ossessionate dai documentari e dai podcast. La possibilità di vedere cosa succede dietro le quinte, assistere e captare tutto quello che avviene nella moda si diffonde sempre più nelle culture, si connette con la storia, la musica, la letteratura, con intere comunità. Succede consolidando quel legame fondamentale con un designer, che adesso si è tramutato in essere umano, a contatto con le persone. È un cambio vero di paradigma che ha umanizzato la facciata patinata di questa istituzione piena di speranza e potenziale.
Seriamente, tutto torna alla sensazione che convincere le persone a comprare adesso debba provenire da un luogo nuovo, fatto di onestà, dove non si può più fare finta. Una nuova era di trasparenza deve essere accolta in maniera positiva e a braccia aperte dall’attuale mondo della moda.
Non c'è nessuna alternativa di questi tempi. Da un giorno all’altro, il movimento Black Lives Matter ha cambiato la capacità di milioni di cittadini-consumatori di analizzare a fondo il divario delle intenzioni nascoste nei linguaggi delle aziende. Intanto, dai creative director, che sono stati tenuti a debita distanza dalla produzione, ci si aspetta una sempre maggiore abilità di parlare in modo convincente di politiche sostenibili, e al contempo dell’origine delle loro idee, dei casting e dei design del giorno. Se qualcuno parla appassionatamente di un jacquard particolare o di un fantastico cappotto di cashmere double face, è probabile che la domanda successiva riguardi l’origine delle fibre e da chi sia stato cucito. Anche i giornalisti di moda (me inclusa) hanno bisogno di auto rieducarsi.
Per il progetto Vogue Hope, il direttore creativo di Valentino scrive dell'enorme potere delle relazioni umane
Una nuova generazione per il settore moda
Dunque, è in arrivo un nuovo mondo e con nuovi esperti: gente che sa di cosa sta parlando. Gli studenti affrontano l’università con conoscenze innovative sulla sostenibilità, le biotecnologie, l’agricoltura rigenerativa, la conformità e tutti i modi in cui l’arte e la scienza si incastrano. Venti, o addirittura dieci anni fa, tutto ciò ancora non esisteva. Tutte le aziende di moda che stanno tentando di rinnovarsi sono alla disperata ricerca di manager della sostenibilità, consulenti e stilisti con un know-how sul riciclo, l’impatto zero e l’abilità di realizzare cose meravigliose con capi già esistenti.
Il fatto che queste materie vengano insegnate adesso è dovuto, tuttavia, alla domanda degli studenti delle accademie di moda. Ciò è tanto più vero per gli studenti cosiddetti BIPOC (Black Indigenous and People of Color), insorti vocalmente su scala globale lo scorso giugno, per chiedere che i corsi vengano riscritti, la storia della moda decolonizzata e la gerarchia degli insegnanti riformata.
Tutto questo è speranza. Speranza attiva, speranza incredibilmente costruttiva. Arriva dal basso, dai margini, fuori da ogni struttura e non dall’alto. Vedere le comunità, le coalizioni, i creatori e i cittadini agire in maniera coraggiosa, creativa, intelligente e gioiosa di questi tempi: questa è l’energia che ispira.
Riuscirà l’industria della moda a unirsi, a fondersi, a diventare parte di tutto ciò? Questa è davvero la speranza più grande di tutte.
Tutti gli articoli dedicati all'iniziativa VOGUE HOPE
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