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Come si diventa vegani? La testimonianza di Áine Carlin

Come si diventa vegani? Be', partiamo dal presupposto che non era affatto nei miei piani. A dire il vero, non credo di aver mai sentito parlare di veganismo prima del 2009, quando ci siamo trasferiti a Chicago e dove, cosa che mi ha sorpreso non poco molto, era una parola che spuntava ovunque. Era una città divisa in due — da una parte c’era la loro famosa deep-dish pizza, dall’altra si sperimentava con la cucina a base vegetale. Città da sempre all’avanguardia riguardo a cibo e gastronomia, Chicago aveva già una promettente scena vegan che avrei presto conosciuto. 

Ma fino a quel momento non avevo avuto praticamente nessuna esperienza in fatto di vegetarianismo, per non parlare di veganismo. Sono cresciuta a Derry, nell’Irlanda del Nord, negli anni 80 e 90 e il mio regime alimentare era tutto basato sui piatti della cucina tradizionale: brodo di manzo, stufato di agnello e ogni tanto una crumble con la crema pasticcera. Tutto quello di cui ha bisogno una ragazza irlandese per crescere, o così pensavo.

E i formaggi erano la mia passione assoluta. Cremosi, morbidi, preferibilmente dolci. Li mangiavo tutto il giorno. Tutti i giorni. Potete immaginare la mia felicità quando ci siamo ritrovati, senza saperlo, a vivere a Chicago, una delle capitali mondiali del cibo. E se credevo che gli irlandesi avessero ormai sperimentato con ogni possibile uso dei latticini, gli abitanti di Chicago avevano trovato molti altri modi per impiegare un ingrediente così semplice in praticamente qualunque piatto. I pancake non sarebbero stati più gli stessi.

Vivere in modo più compassionevole

E poi l’ho sentita, la sensazione fastidiosa che le mie abitudini alimentari non rispecchiassero affatto il mio modo di pensare, che stava cambiando, seppure in modo impercettibile (persino a me). Per caso mi sono imbattuta nel blog ​The Kind Life, creato da una delle attrici icona degli anni 90, Alicia Silverstone, blog che ho subito letto avidamente. E la mia missione in quel momento divenne una sola: saperne di più, tanto che molto presto mi appassionai al veganismo e all’idea di vivere in modo “compassionevole”, ovvero mettendo i miei bisogni e desideri al secondo posto rispetto alle esigenze dell’ambiente e degli animali che vi abitano.  

Lungo questo percorso mi ha aiutato molto guardare documentari come Food, Inc. (2008), che fa luce sull’impatto negativo degli allevamenti intensivi su quello che mangiamo e sul pianeta, e che mi ha davvero aperto gli occhi, oltre a farmi conoscere il meraviglioso Michael Pollan, autore prolifico che ha coniato la frase “mangiate, non troppo, e soprattutto vegetali”, un mantra che avrei presto fatto mio.

E dopo aver capito tutto questo, non c’era verso che io tornassi indietro. Non c’era modo che dimenticassi quello che avevo imparato. Ormai qualcosa aveva fatto clic nella mia testa, e per quanto opponessi resistenza, sapevo che le mie abitudini alimentari dovevano cambiare.

La fase della transizione

Ho tergiversato per un po’, dopo, ho messo il naso nel mondo delle mucche che mangiano solo erba e ho comprato yogurt bio e cose simili, ma stavo solo rimandando l’inevitabile. Quando mi sono seduta al bancone degli hotdog da Whole Foods, vicino casa, e ho ordinato un hot dog e frullato, entrambi alla soya, è stato quasi liberatorio. Non sentivo nessun tipo di mancanza, non mi sentivo nemmeno destinata a una vita a ceci e cavolo riccio, — anche se , a dire il vero, perfino le mie papille gustative sono cambiate nel frattempo. Se un tempo il solo pensiero di kale crisps mi faceva inorridire, adesso ne vado matta.

Gli effetti benefici sulla mia salute dopo essere diventata vegana sono stati subito visibili. Dormivo meglio, i miei capelli e le mie unghie sono migliorati moltissimo. E mi ha sorpreso anche il fatto che all’inizio non ho avuto né rimpianti né voglie particolari. Ma è anche vero che avevo a mia disposizione ogni tipo di surrogato possibile, grazie a posti come Target e Trader Joe’s che vendono di tutto, dal vino vegan-friendly al gelato senza latte, che (anche questo mi ha colpito molto), è anche più buono di quello “vero”. Lo ammetto, è stato più complicato quando andavo a trovare la mia famiglia in Irlanda, non potevo nemmeno mangiare le patatine, perché spesso sono fritte nel grasso. Me tapina.

Ma sono state la questione etica e ambientalistica a non farmi mai smarrire la via. Dalla deforestazione all’emergenza delle api, una volta scoperchiato questo vaso di Pandora, richiuderlo e mettere a tacere tutte le mie preoccupazioni era fuori questione per me.

Non bisogna essere perfetti

Il mio nuovo stile di vita si applicava a ogni mia scelta in qualunque campo, anche nella moda e nella bellezza. Il veganismo è molto di più di un regime alimentare, è uno stile di vita a 360° (è una filosofia, persino) che mira a escludere qualunque tipo di prodotto di origine animale, “ove possibile e attuabile ”, come riconosce la stessa The Vegan Society. 

In quei primi anni ho eliminato tutti i prodotti di origine animale dal mio armadio, anche se, ripensandoci, regalare quegli stivali vintage di Bally è stato un grosso errore, ma, come dire, sbagliando si impara. Oggi preferisco comprare un cappotto di lana di seconda mano che acquistarne uno nuovo realizzato con materiali sintetici che danneggiano l’ambiente, ma è vero che facciamo continuamente passi da gigante nella produzione di alternative vegetali. 

Ed è proprio questo il punto. Nel processi di come si diventa vegani non dobbiamo essere perfetti, né fare tutto giusto fin da subito. Dopo 10 anni sto ancora imparando e cambiando la mia posizione su certe cose, sempre nel rispetto del mio obbiettivo iniziale, cioè semplicemente quello di avere il minore impatto possibile su questo nostro pianeta. Per me si tratta di trovare continuamente un equilibrio quando dobbiamo soppesare i pro e i contro di ogni scelta. Si tratta di un mutare continuo e, per me, ci sono molte sfumature di grigio. Non credo che nessun dogmatismo sia utile al movimento o ai possibili nuovi vegani.

Vegani in aumento

Nel corso degli anni, anche la nostra società ha effettuato una metaforica svolta a 180 gradi. Quello che una volta era considerato uno stile di vita “di nicchia” oggi è stato quasi completamente sdoganato, e io sono completamente d’accordo. Sì, è vero, i grossi brand colgono la palla la balzo e sì, è vero, a volte definiscono un prodotto “vegetale” per arrivare a una clientela più vasta, ma se questo significa mettere al centro il tema della sostenibilità, perché no? Non è mai stato facile diventare vegani ed è stato straordinario vedere così tante persone scegliere questo nuovo stile di vita negli ultimi anni. Di sicuro, ci si sente meno soli nel mondo.

Il mio personale viaggio nel veganismo va avanti, e di sicuro sbaglierò ancora. Ma la mia dedizione a questo modo di vivere resta intatta. Non solo mi dà molta serenità ma, allo stesso tempo, mi ha dato una determinazione che nessun altro stile di vita mi ha mai dato. Sono qui per restare, e ne sono molto felice.

Áine Carlin è l’autrice di Cook Share Eat Vegan (Octopus)



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